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Morte di un Operaio nel Padovano Durante le Ore Calde: Indagini per Omicidio Colposo Aperte dalla Procura

Mezzogiorno, luce alta, il rumore del cantiere che si ferma di colpo. Un uomo cade, gli altri si guardano, il caldo ti entra nel petto e toglie il fiato. In un attimo, il lavoro diventa silenzio. È successo a San Martino di Lupari, Padovano: una morte sul lavoro che interroga tutti noi, proprio nelle ore più calde.

La Procura di Padova ha aperto un fascicolo per omicidio colposo a carico di ignoti. Vuole capire come e perché è morto Stefano Tonin, operaio 57enne, colto da un malore il 24 giugno mentre lavorava in cantiere a San Martino di Lupari. L’autopsia è già stata disposta. La domanda è semplice e dura: le condizioni di lavoro, e in particolare il caldo estremo di quelle ore, hanno avuto un ruolo decisivo?

Per ora non ci sono indagati. Gli inquirenti ascoltano colleghi e responsabili, acquisiscono documenti, ricostruiscono i turni. I dettagli ufficiali sono pochi. Non sappiamo la temperatura esatta, né se fossero previste pause o aree d’ombra. Sappiamo però che l’allerta caldo in pianura, in questi giorni, è stata alta. E chi sta sui ponteggi lo sa bene: a mezzogiorno il caschetto scotta, il bitume ribolle, la voce si secca.

Cosa indaga la Procura

L’ipotesi di reato è omicidio colposo (art. 589 c.p.). La Procura verificherà se siano state rispettate le norme su sicurezza sul lavoro previste dal D.Lgs. 81/2008 e dall’art. 2087 c.c.: valutazione del rischio caldo, turni rimodulati nelle ore più calde, disponibilità d’acqua, pause programmate, ombra e ventilazione, dispositivi idonei, formazione. L’autopsia dovrà chiarire la causa del decesso e il possibile nesso con lo stress da calore. Poi toccherà ai tecnici: microclima del cantiere, orari effettivi, eventuali bollettini di allerta, registro delle consegne, indicazioni del coordinatore per la sicurezza. È un lavoro meticoloso: non cerca colpe a tavolino, ma fatti verificabili.

In Italia ogni anno arrivano all’Inail oltre mille denunce di infortuni mortali, comprese quelle in itinere. Il caldo non compare sempre in prima linea, ma può amplificare rischi già presenti: sforzo fisico, lavori in quota, macchinari, disidratazione. Quando l’“indice di calore” supera certe soglie (intorno ai 32-35°C percepiti, secondo le linee guida tecniche), la capacità di concentrazione cala e il corpo fatica a disperdere calore. Per i lavori pesanti, le raccomandazioni nazionali e internazionali prevedono cicli di lavoro-riposo più stretti, idratazione frequente, rotazione delle mansioni. Non sono buone pratiche astratte; sono barriere concrete tra una giornata normale e una tragedia.

Caldo e lavoro: cosa si può fare davvero

Rimodulare i turni: lavori gravosi all’alba o al tardo pomeriggio, riducendo l’esposizione nelle ore 12-16. Allestire ombra e ventilazione portatile nelle aree operative e di pausa. Garantire acqua fresca e sali in quantità; vietare alcol e limitare caffeina. Introdurre pause brevi e regolari; rotazione delle squadre sulle mansioni più faticose. Usare DPI leggeri e traspiranti; copricapi con visiera o teli parasole. Attivare procedure di allerta con i bollettini del Ministero della Salute e sospendere le attività in caso di livelli di rischio elevato. Prevedere, dove serve, strumenti contrattuali e ammortizzatori per le giornate ingestibili.

Chi vive il cantiere lo dice senza giri di parole: “Quando l’aria vibra, la mano trema”. Il punto non è il coraggio, è l’organizzazione. E una cultura che riconosca il caldo come rischio professionale, non come fastidio stagionale. La giustizia farà il suo corso, com’è giusto. Ma fuori dai tribunali resta una domanda che ci riguarda tutti: quante volte, prima di alzare il martello o salire sul ponteggio, guardiamo il cielo e decidiamo di cambiare orario, ritmo, priorità? Forse la vera sicurezza comincia lì, all’ombra di una scelta.

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