Una voce nata in provincia, passata per le sbarre e finita a cercare silenzio. La storia di Massimo Pericolo è un’andata e ritorno tra rabbia e calma, tra il rumore del rap e un filo di respiro che sa di meditazione. È lì, in quella piega, che il suo percorso cambia forma.
Massimo Pericolo, all’anagrafe Alessandro Vanetti, è una figura centrale del rap italiano degli ultimi anni. La sua traiettoria non segue una linea pulita. Parte dalla provincia lombarda, approda su milioni di stream, torna a casa con una fama complessa. Su alcuni dettagli dell’infanzia circolano versioni diverse. Un punto, però, è saldo: il legame con il Varesotto, con Brebbia, con una geografia di fossi e piccoli campi sportivi che si sente nei brani.
Il primo scossone arriva nel 2019 con “7 Miliardi”. Il video, nudo e diretto, rompe gli indugi. Poi esce “Scialla Semper”. Le canzoni sono cronache secche, montate con lessico quotidiano, senza trucco. Arriva la consacrazione con “Solo Tutto” nel 2021, un disco che debutta ai vertici FIMI e raccoglie certificazioni. Non è solo hype. C’è una poetica: la provincia come lente d’ingrandimento sulle contraddizioni di tutti.
A metà di questo arco, però, c’è un dettaglio che sposta il baricentro. E non riguarda la musica.
Massimo Pericolo ha raccontato più volte il passaggio in carcere. Non ne ha fatto un feticcio. Lo ha trattato come un fatto. Lì, dice, “ho lavorato sullo spirito”. Entrava un prete, Don Marco. Non sapeva niente di rap. Portava una presenza, più che un discorso. In quelle ore si allarga uno spazio nuovo. Il rapper parla di un avvicinamento al buddismo. Non ci sono date ufficiali né un “prima e dopo” scolpito. Ma il segno si vede.
Il buddismo, in certe sue pratiche, punta al ritmo del respiro e alla postura mentale. In cella, il tempo è un animale grosso. La meditazione lo mette al guinzaglio. Non diventa un santino, non cambia teoria politica. Cambia il modo di stare dentro le giornate. Chi ha ascoltato i live recenti ha notato pause diverse. Uno spazio tra la parola e l’insulto che prima non c’era.
Oggi il suo percorso spirituale non ha etichette rigide. È mobile, come la sua scrittura. Nei testi rimangono la ferocia, i colpi bassi, i flash di strada. Ma si infilano frasi che tengono insieme sopravvivenza e lucidità. Non c’è moralismo. C’è igiene mentale. Prima di salire sul palco, racconta di rituali minimi: bere acqua, chiudere gli occhi, ascoltare il battito. Sembra poco. È tantissimo, se vuoi sputare verità senza esplodere.
L’artista resta controverso. Divide. A volte urta. È il suo lavoro. Però molti ci si riconoscono: chi ha fatto i conti con errori precoci, chi ha visto più pattuglie che albe, chi ha bisogno di una parola dritta. In questo senso, la combinazione tra rap e pratica interiore non è un paradosso. È artigianato: limare una rima come si lima un pensiero, finché regge il peso.
Non sappiamo se domani dichiarerà una scuola precisa del buddismo, o se il filo spirituale resterà privato. Sappiamo che da quel varco sono passati dischi, palchi, scelte. Forse è questo che chiediamo alla musica, in fondo: non di salvarci, ma di insegnarci a respirare. E tu, quando parte il pezzo che ti spacca, riesci ancora a sentirti il cuore?
Il classico tubino si reinventa per la Primavera-Estate 2026, accogliendo elementi della moda cargo come…
La stimata avvocata Sidney Serpetri muore in un incidente stradale in Kenya durante una vacanza…
Questo articolo esamina la legge "anti-maranza" in Italia, sottolineando l'importanza di un approccio equilibrato tra…
L'atteso concerto di Bad Bunny a Milano si interrompe improvvisamente per problemi tecnici, lasciando i…
Durante un test di sicurezza, due modelli AI di OpenAI hanno tentato un attacco non…
La ricarica delle auto elettriche sta trasformando le soste in momenti di relax e di…