Nel silenzio di una chat notturna ci sentiamo al sicuro: un messaggio, due spunte, fine. Poi un giorno ti svegli e il tuo profilo non è più tuo. In quel vuoto tra fiducia e paura si inserisce ora una mossa inedita: le autorità statunitensi mettono soldi veri sul tavolo per colpire chi ruba identità nelle app che usiamo ogni giorno.
La faccenda tocca tutti. Non serve essere “smanettoni” per capire che il furto di account su WhatsApp e Signal non è più una parentesi esotica. È quotidiano. Inizia con un “Mi è arrivato per sbaglio un codice, me lo rimandi?” o con una chiamata che sembra del corriere. L’esito, se va male, è sempre lo stesso: perdi la voce con cui parli a famiglia, lavoro, gruppo sport, medico.
Chi c’è dietro? Secondo le autorità USA, agiscono gruppi organizzati, spesso legati ad ambienti criminali dell’area russofona. E qui arriva il punto che fa rumore: l’FBI ha messo sul piatto una ricompensa di 10 milioni di dollari per informazioni utili a identificare e fermare i cybercriminali russi che prendono di mira gli account di messaggistica. Una cifra così, di solito, si vede quando un caso tocca l’interesse nazionale: infrastrutture, truffe su larga scala, reti di riciclaggio. Non tutti i dettagli sono pubblici e alcune parti dell’indagine restano coperte: è bene dirlo chiaramente.
Perché proprio le chat? Perché lì passano prove di pagamento, contatti fidati, conferme logistiche. Con un profilo sequestrato, i truffatori parlano “a nome tuo” e spingono amici e parenti a inviare denaro o codici. È un colpo di fiducia, prima ancora che di denaro.
Niente cinema. Funziona con pazienza e inganno. Prima la pressione psicologica, poi il codice di verifica. In alcuni casi si prova a dirottare la SIM (SIM swap) per ricevere quei codici al posto tuo. Altre volte si sfruttano PIN deboli della segreteria telefonica. Capita anche che circolino servizi ombra che promettono “intercetti” di OTP: non serve spiegarli, basta sapere che esistono e che sono illegali.
Sulle app, il meccanismo è semplice: chi controlla il tuo numero, o ti estorce il codice, registra il tuo profilo su un altro telefono. Su WhatsApp il cambio è rapido; su Signal il “Blocco registrazione” con PIN rende la vita molto più dura agli aggressori. Intanto, le vittime restano fuori, a volte per ore o giorni.
Attiva l’autenticazione a due fattori: su WhatsApp è la “Verifica in due passaggi” con PIN a 6 cifre (aggiungi un’email di recupero sicura). Su Signal attiva il Blocco registrazione con il tuo PIN.
Mai condividere codici via chat o telefono, nemmeno se “arriva” da un contatto fidato: il contatto potrebbe essere già compromesso.
Imposta un PIN forte alla segreteria telefonica e chiedi al tuo operatore un blocco alla portabilità (port-out PIN) per ridurre il rischio di SIM swap.
Su WhatsApp verifica le sessioni attive (WhatsApp Web/Link Devices) e disconnetti quelle che non riconosci. Attiva gli avvisi di sicurezza.
Aggiorna regolarmente le app. Su WhatsApp abilita i backup con crittografia end-to-end se disponibili sul tuo dispositivo.
In caso di blocco, segnala subito alle piattaforme e alla Polizia Postale; avvisa i contatti con un canale alternativo.
Un dato per orientarsi: WhatsApp conta oltre due miliardi di utenti al mondo. Basta una minima percentuale di raggiri per generare un’ondata di danni reali. Ecco perché una taglia da milioni non è folklore: è la fotografia di un rischio concreto, diffuso, non circoscritto ai “tecnici”.
La domanda, allora, è semplice: se per qualcuno il tuo profilo vale milioni, quanto vale per te un PIN in più, una verifica in più, un dubbio in più? La prossima volta che sullo schermo compare un codice a sei cifre, prova a vedere non solo numeri, ma la porta di casa. Chi vuoi far entrare?
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