Una regione di confine, tra mare e calanchi, che sa dire no quando serve e sì quando capisce. In Basilicata si riapre il cassetto della memoria: la lezione di Scanzano Jonico non è un cimelio, è bussola. Il presente chiama, la comunità risponde.
Nel Consiglio regionale, il presidente Vito Bardi ha ribadito il no della Basilicata al deposito unico dei rifiuti radioattivi. Ha però aperto alla discussione sul nucleare di nuova generazione. Due frasi, una direzione: fermezza sul dove mettere le scorie, curiosità verso l’innovazione. È un equilibrio difficile. Ma è anche il terreno su cui oggi si gioca la credibilità della politica.
C’è un fatto ineludibile. L’Italia ha chiuso le centrali dopo i referendum del 1987 e del 2011, ma le scorie restano. Esistono in medicina, in ricerca, nell’industria, oltre a quelle del decommissioning. Il progetto nazionale prevede di concentrare in un sito idoneo circa 90–100 mila metri cubi di rifiuti a bassa e media attività, nell’arco di vita. Oggi sono sparsi in più di venti depositi temporanei. Non è un dettaglio: più frammentazione, più costi e più rischi gestionali.
Scanzano Jonico, memoria che orienta il presente
Nel 2003, a Scanzano Jonico, un decreto indicò il paese come sede del deposito. In pochi giorni nacque un movimento largo, civile, tenace. Presìdi per due settimane, strade piene, “No Scorie” dai balconi. Il governo fece marcia indietro. Da lì si avviò un percorso più tecnico, con mappe nazionali delle aree potenzialmente idonee (la CNAPI, poi aggiornamenti successivi). La partita è ancora aperta, e non c’è oggi una decisione definitiva sul luogo. Questo è importante: niente allarmismi, ma neanche distrazioni.
La lezione di Scanzano non fu solo un no. Fu una richiesta di metodo: trasparenza sui criteri, partecipazione delle comunità, compensazioni chiare, monitoraggi indipendenti. Cose concrete. I criteri tecnici esistono: sicurezza sismica, idrogeologia, distanze, accessibilità. Ma la cartina non basta, se non ci sono fiducia e tempi certi. Chi vive un territorio non vuole diventare “zona di sacrificio”. Vuole essere parte della decisione.
Tra nucleare di nuova generazione e gestione dei rifiuti
Aprire al nucleare avanzato non significa voltare pagina sulle scorie nucleari. Sono due piani diversi. Gli SMR e altri reattori di nuova concezione promettono standard di sicurezza più alti e minori volumi di rifiuti. Promettono, appunto. In Italia, qualsiasi ipotesi di ritorno alla produzione richiede scelte politiche, industriali e regole che oggi non sono complete. E comunque, prima c’è l’urgenza della gestione di ciò che già esiste.
La Basilicata ha un capitale ambientale ed economico delicato. Agricoltura di qualità, aree protette, turismo lento, filiere dell’energia che qui hanno lasciato segni e opportunità. Dire no al deposito nazionale è coerente con questa traiettoria. Ma dire no, da soli, non risolve il problema del Paese. Serve un sì condiviso da chi ha i requisiti tecnici e un patto serio: opere a regola d’arte, benefici misurabili per i residenti, controlli aperti e dati pubblici in tempo reale. Qui entra in gioco Sogin, qui contano i Comuni e le Regioni, qui il governo deve esporsi con responsabilità.
Molti ricordano Scanzano come un muro. Io lo vedo come un ponte: da una parte la dignità di un territorio, dall’altra la maturità di un Paese che decide guardando in faccia le proprie scelte. La domanda è semplice e scomoda: riusciremo a tenere insieme sicurezza, verità e futuro senza chiedere a nessuno di chiudere gli occhi?